Dal backlash ESG a un cambio di paradigma
Negli ultimi due anni, il dibattito sulla sostenibilità ha subito una forte pressione.
Negli Stati Uniti, la war on woke ha messo in discussione ESG, DE&I e molte iniziative aziendali legate alla sostenibilità. In Europa, il pacchetto Omnibus ha ridotto in modo significativo il perimetro degli obblighi di rendicontazione, intervenendo su CSRD e CSDDD.
A prima vista, il segnale sembra chiaro: meno regolazione, meno sostenibilità. Ma questa lettura è parziale.
La sostenibilità come etichetta si sta indebolendo.
Le sue componenti reali stanno entrando più profondamente nel funzionamento delle imprese.
Una riflessione che nasce dai segnali, non da un singolo evento
Questa lettura non nasce da un singolo framework o da una posizione teorica.
È il risultato di una sequenza di segnali che negli ultimi mesi stanno convergendo:
- tensioni geopolitiche e vulnerabilità energetiche
- revisione dei framework regolatori europei
- pressione su costi, capitale e supply chain
- maggiore capacità di misurazione dei rischi, anche attraverso l’AI
Questi segnali stanno rendendo evidente una distinzione che prima era meno chiara.
Non tutto ciò che rientrava nella sostenibilità era davvero rilevante per il business.
Ma ciò che è rilevante lo è ancora — e lo sarà sempre di più.
Il problema non era la sostenibilità. Era la sua gestione come compliance
Per anni molte aziende hanno affrontato la sostenibilità come:
- esercizio di reporting
- insieme di obblighi ESG
- lista estesa di temi “materiali”
Questo approccio ha prodotto:
- programmi scollegati dalle decisioni
- iniziative che non reggono senza pressione esterna
- strutture parallele al business
Quando la regolazione si allenta, tutto questo si riduce o scompare.
Non perché non serva.
Ma perché non era stato costruito per reggere.
CSRD, CSDDD e Omnibus: meno obblighi non significa meno esposizione
La revisione europea ha ridotto significativamente il numero di aziende soggette a obblighi di reporting.
Ma questo non elimina:
- rischi operativi
- esposizione della supply chain
- richieste di clienti e investitori
- criteri di accesso al capitale
- responsabilità su comunicazioni ambientali e sociali
Una PMI può essere fuori dal perimetro CSRD e comunque essere valutata:
- da clienti più grandi
- da banche
- da fondi
- da sistemi di procurement
Confondere obbligo normativo e rilevanza strategica è uno degli errori più costosi.
Greenwashing, greenhushing e il rischio di comunicare male
In parallelo alla riduzione di alcuni obblighi, si è rafforzata la regolazione sulle dichiarazioni.
Greenwashing, greenhushing, greenrinsing, pinkwashing e pinkhushing descrivono diversi modi in cui le aziende possono:
- sovrastimare
- sottostimare
- o distorcere il proprio posizionamento su sostenibilità e temi sociali.
Il rischio non è solo reputazionale. È legale, finanziario e commerciale. La risposta non è comunicare di più.È comunicare solo ciò che è coerente con:
- dati
- governance
- decisioni reali
La sostenibilità si sta disintegrando ed è un bene
Per anni la sostenibilità è stata trattata come un unico contenitore.
Oggi sta accadendo il contrario. Le aziende stanno abbandonando ciò che non è rilevante e integrando ciò che incide davvero su costi, continuità e valore.
Acqua, energia, emissioni, materie prime, supply chain, talento. Non sono “temi ESG”. Sono condizioni operative. Il cambiamento non è semantico. È strutturale.
Gli investitori non hanno cambiato logica
Nonostante il dibattito politico, i flussi di capitale raccontano un’altra storia.
- Deutsche Bank ha registrato nel 2025 volumi di sustainable finance pari a 98 miliardi di euro
- HSBC ha superato i 100 miliardi di dollari nello stesso ambito
- In Asia, la Hong Kong Monetary Authority sta rafforzando la propria Sustainable Finance Taxonomy
Gli investitori continuano a valutare:
- rischio
- rendimento
- resilienza
Se un fattore incide su questi elementi, verrà considerato. Indipendentemente da come viene chiamato.
Il ruolo dell’AI: dalla narrativa alla misurazione
L’intelligenza artificiale sta accelerando un passaggio chiave.
Fattori prima difficili da misurare — come rischi climatici, vulnerabilità della supply chain, esposizione operativa — stanno diventando:
- più visibili
- più comparabili
- più integrabili nelle valutazioni
Questo sposta la sostenibilità: da narrativa a infrastruttura informativa per le decisioni
Il vero punto: dove entra nelle decisioni
La differenza tra aziende non è più: chi parla di sostenibilità e chi no. La differenza è tra chi ha integrato queste variabili nei criteri con cui decide e chi continua a gestirle come fattori esterni
La sostenibilità, in questo senso, non è un tema. È la capacità del sistema di:
- valutare trade-off
- allocare risorse
- gestire interdipendenze
- reggere nel tempo
Cosa cambia per chi guida un’organizzazione
Il contesto attuale richiede un cambio di approccio. Non più:
- funzione separata
- iniziative isolate
- reporting fine a sé stesso
Ma:
- integrazione nei sistemi di governance
- collegamento con pianificazione e investimenti
- lettura dei rischi come parte del business
Le aziende che funzionano non eliminano la sostenibilità. Eliminano ciò che non è strategico.
PMI: il rischio di credere che se non è obbligatorio non mi interessa.
Per molte PMI, l’allentamento regolatorio può sembrare una semplificazione. Ma il rischio è interpretarlo come un via libera a non occuparsi del tema. In realtà:
- la supply chain continua a richiedere standard
- il capitale continua a valutare rischi
- i clienti continuano a selezionare fornitori
Aspettare un obbligo significa arrivare tardi.
Conclusione
La sostenibilità non è finita. È finita quella che viveva di:
- etichette
- report
- iniziative non integrate
Resta — e si rafforza — quella che entra nei meccanismi decisionali. Per questo la domanda non è più: “quanto investiamo in sostenibilità?” Ma: il nostro sistema è costruito per prendere decisioni che reggono nel tempo?
Fonte: Francesca D’Angelo