Trasparenza salariale: cosa cambia per imprese e lavoratori dal 2026

  • percezioni di ingiustizia
  • perdita di fiducia
  • difficoltà di attrazione e retention
  • minore coinvolgimento delle persone

La trasparenza non crea questi problemi. Li rende visibili.

  • quali criteri hanno generato quella differenza?
  • sono criteri oggettivi?
  • sono coerenti con il modello organizzativo?
  • sono comprensibili e difendibili?

In altre parole, il tema salariale diventa un indicatore della qualità della governance.

Intervenire solo sul dato finale senza affrontare le cause organizzative rischia di produrre risultati limitati nel tempo.

Molte imprese vedranno questa normativa come un ulteriore adempimento.
È una lettura comprensibile ma riduttiva. Le organizzazioni che riescono a costruire sistemi retributivi coerenti e trasparenti ottengono benefici che vanno oltre la conformità normativa. Possono infatti:

L’AI non è più solo software, sta diventando infrastruttura


Il boom dell’AI sta cambiando il fabbisogno energetico globale


Il vero collo di bottiglia non è il software


L’AI dipende sempre più da supply chain fragili


Il rame, l’energia e i nuovi asset strategici


L’AI e il ritorno del limite


Il capitale si sta già muovendo


Il rischio per le imprese


Dalla tecnologia ai sistemi


Conclusione

Fonte: Francesca D’Angelo

La sostenibilità non è finita.

  • tensioni geopolitiche e vulnerabilità energetiche
  • revisione dei framework regolatori europei
  • pressione su costi, capitale e supply chain











CSRD e ESG nelle PMI, cosa bisogna sapere

Iperammortamento 2026 e Rinnovabili




L’iperammortamento conviene a chi ha utili solidi. Poiché l’agevolazione abbatte l’imponibile, è necessario che l’azienda produca abbastanza reddito negli anni di ammortamento per poter “assorbire” questo costo extra.


Report di Sostenibilità dopo l’approvazione del Parlamento Europeo

13 novembre 2025, il Parlamento europeo ha approvato la propria posizione negoziale sul pacchetto “Omnibus I”: CSRD solo per imprese >1.750 dipendenti e >€450 mln di fatturato; CSDDD ristretta alle imprese >5.000 dipendenti e >€1,5 mld.

Via libera anche a una semplificazione profonda degli ESRS e alla non obbligatorietà dei piani di transizione climatica nella due diligence. Voti: 382 favorevoli, 249 contrari, 13 astenuti. Parlamento Europeo+1


Quello del 13 novembre è il mandato del Parlamento per i triloghi con il Consiglio e la Commissione. I negoziati iniziano il 18 novembre con l’obiettivo di chiudere entro il 2025. Fino ad allora, restano in vigore le regole attuali e i rinvii già adottati con lo “stop-the-clock”. Parlamento Europeo


Niente obbligo di CSRD per le PMI; i principi volontari (basati sulla raccomandazione 2025/4984) diventano il riferimento proporzionato e “pensare in piccolo” per chi vuole comunicare.

Gli ESRS settoriali non sarebbero più adottati come atti delegati obbligatori: al loro posto, linee guida settoriali volontarie per orientare materialità e rischi senza moltiplicare datapoint.


Il dovere di diligenza si applicherebbe solo a società con >5.000 dipendenti e >€1,5 mld di fatturato; approccio risk-based esplicito per priorità, gravità e probabilità degli impatti.

Stop alle richieste sistematiche di informazioni ai partner di dimensioni minori: prima si usano dati disponibili, si chiede miratamente e proporzionatamente solo come ultima risorsa.

Si propone un tetto massimo alle sanzioni amministrative fino al 5% del fatturato netto mondiale (o consolidato per i gruppi), con linee guida UE per l’armonizzazione.


I rinvii già approvati in primavera restano il riferimento fino al nuovo accordo finale:

  • Onda 1 (PIE >500 dip.): rendicontano nel 2025 su FY2024 (immutato).
  • Grandi non quotate: primo report gen 2028 su FY2027 (rinvio di 2 anni).

Se sei già in CSRD oggi (PIE >500 dip.)

Focalizzati su principi volontari proporzionati e dialogo clienti-fornitori mirato: meno richieste extra, più standardizzazione e banche/investitori come utenti dei dati “essenziali”.



China accelerates ESG reporting, but a strategic gap remains


Mandatory reporting for some listed companies will begin in 2026, but thematic standards are still missing.

Foto di Quang Nguyen Vinh su Unsplash

China’s Promise: Sustainability Reporting Starting in 2026


  • Social data: working conditions, health and safety, diversity
  • Governance data: board structure, anti-corruption practices, ESG-related remuneration

However, without clear indicators, binding targets, or sector-specific obligations, reporting risks becoming a formal exercise rather than a meaningful one.


Many companies — even in Europe — are learning the hard way that publishing a report doesn’t make them sustainable.

Without defined objectives, robust metrics, and actionable plans, sustainability reports risk becoming self-referential documents, offering little value to investors or society.


Official communications from SSE, SZSE, and the Ministry of Finance

China Briefing, March 2024

La Cina accelera sul reporting ESG

Tod’s and the Paradox of Sustainability: When Reporting Is Not Enough

Tod’s e il paradosso della sostenibilità: quando il bilancio non basta

La notizia è di quelle che pesano: la Procura di Milano ha chiesto l’amministrazione giudiziaria per Tod’s Spa, accusata di aver agevolato colposamente un “pesante sfruttamento lavorativo” lungo la propria filiera produttiva.
Gli inquirenti parlano di operai pagati 2,75 euro l’ora, costretti a lavorare in condizioni degradanti, in una dinamica che richiama più la schiavitù che la manifattura di pregio.

Un’accusa che stride con l’immagine pubblica del brand, ma soprattutto con le pagine del suo bilancio di sostenibilità: energia 100% rinnovabile, riduzione delle emissioni, investimenti sul territorio e la narrazione di una filiera italiana da valorizzare.

Il paradosso è evidente: a cosa serve un bilancio di sostenibilità se non illumina proprio l’anello più fragile della catena?

La domanda scomoda: chi certifica la sostenibilità?

Non basta dichiarare impegni e numeri: la vera questione riguarda la verifica indipendente.

  • Chi controlla che i dati riportati siano affidabili?
  • Chi assicura che gli standard ESG adottati non siano solo un esercizio di immagine?
  • Chi porta la luce nei subappalti, negli appalti al ribasso, nei laboratori dove le regole saltano?

Senza controlli rigorosi, trasparenti e indipendenti, un bilancio di sostenibilità rischia di restare una patina di storytelling, più utile alla reputazione che al cambiamento reale.

Un problema sistemico, non episodico

Il caso Tod’s non è isolato.
Altri marchi del lusso e del fast fashion sono stati toccati da scandali simili negli ultimi anni. La verità è che ci troviamo di fronte a un sistema fragile, costruito su zone d’ombra, subappalti opachi e responsabilità che si disperdono lungo la filiera.

Eppure, se la sostenibilità deve essere credibile, un marchio non può fermarsi al primo anello della catena. Deve farsi carico di ciò che accade fino all’ultimo laboratorio, all’ultima busta paga, all’ultima persona invisibile che lavora dietro le quinte.

La sostenibilità non è un PDF

Si può stampare ogni anno un bilancio ESG patinato, ma se la catena resta spezzata, quel documento diventa un castello fragile.
La sostenibilità autentica è fatta di verità, trasparenza e responsabilità diffusa.

Non basta scrivere di rinnovabili e riduzione delle emissioni: bisogna avere il coraggio di portare la luce nelle zone d’ombra, dove si decide davvero se un’impresa è sostenibile o meno.

Perché la sostenibilità non è un file da scaricare, ma un atto di verità.
E la vera rendicontazione è quella che non lascia nessuno nell’ombra.